Risemantizzare il dolore, di Francesco D’Agostino


Di seguito un testo del prof. Francesco D’Agostino, membro del comitato scientifico del “Cortile dei Gentili”.

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  1. Per noi occidentali tra la vita (che ci è data da Dio, per i credenti, ma che comunque è la vita che ci è stata data in sorte, che è cioè la nostra vita) e la sofferenza sussiste una tragica connessione; una connessione così lacerante che si è arrivati, non a torto, a dire che la sofferenza ha la valenza di una ferita inferta all’essere, una connessione che ci provoca costantemente.
  2. Come, dunque, interpretare questa ferita? L’Oriente – l’ abbiamo appena osservato – l’interpreta negandola, valutando cioè il dolore alla stregua di un’illusione, funzionale alla costruzione di quell’ ulteriore illusione che è la soggettività personale; un’illusione che riuscirebbe ad ingannare solo le anime più semplici, ma non quelle sapienti, che saprebbero e dovrebbero elaborare tecniche idonee a sconfiggere l’illusione e a trascendere per ciò stesso l’individualità. Abbiamo detto che la via seguita dall’Occidente, tranne alcune eccezioni, non è questa; l’Occidente, proprio perché ha sempre creduto nell’ irriducibile realtà della persona individuale, ha sempre voluto prendere il male sul serio. Lo ha fatto in due modi diversi, elaborando due diversi paradigmi.

Il primo è quello dell’attribuzione al male e alla sofferenza del carattere dell’assoluta negatività. Se il dolore è la cifra del negativo, se è completa opacità, esso non può che essere la condensazione (per dir così) dell’assoluta carenza di senso. Questa prospettiva è stata assolutizzata dal manicheismo, la cui riflessione sulla sofferenza è contrassegnata dal fremito dell’orrore: poiché ogni vivente esiste in forza della violenza fatta ad altri viventi (a partire da quell’inevitabile forma di violenza che è l’alimentazione), ogni vivente è radicato in una dimensione inestirpabile di peccato. L’opzione manichea, però, è rimasta marginale nella cultura occidentale, anche se è stata più volte ripresa, nei secoli, in forme molto diversificate. Più rilevanti le dottrine che, partendo dalla percezione, dell’assoluta negatività del dolore, si sono dedicate, quasi per una sorta di contrappeso, a teorizzare l’essenzialità del piacere, come dell’unica dimensione in grado di riempire di senso la vita dell’uomo: dall’ edonismo classico all’utilitarismo moderno sono numerose le prospettive di pensiero che hanno cercato di rimuovere lo scandalo del dolore, considerandolo alla stregua di una mera scoria dell’ esistenza.

 

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