Il Wrestling tra l’Ateo e il Credente


Introducendo l’evento di Assisi, il giornalista Armando Torno aveva attirato l’attenzione sull’essere, il Cortile dei Gentili, portatore di una “cultura dell’assenza di pareti mentali”. E il direttore Ferruccio De Bortoli, presentando il duetto ‘notturno’ tra il cardinal Ravasi e il presidente Napolitano http://www.youtube.com/watch?v=wkVDVEdZgHY, aveva espresso apprezzamento per un metodo capace di mettere da parte un’identità “affermata, gridata e sorda alle diversità”.

Ora, proprio un’identità ‘murata’ caratterizza quello che potremmo Stampadefinire il primo livello di rapporto tra ateo e credente: “milioni, miliardi di voci che gridano, tutte insieme in tutte le lingue e cercando di sopraffarsi l’una con l’altra, la parola ‘io’. Io, io, io…” (S.Vassalli, La chimera). Sia l’ateo che il credente, infatti, possono talmente attaccarsi ad un’Ideologia (ragione, razza, materia, mercato, natura, libertà, progresso, etc.), o ad un’immagine idealizzata di Dio, da idolatrarla, finendo, anche inconsapevolmente, per adorarla ciecamente.

Nel primo caso, però, ci si destinerebbe a creare una sorta di religione dell’Ateismo, con il suo credo e i suoi misteri (P.Odifreddi), il suo catechismo (A.Campillo-J.Ferreras), i suoi missionari (R.Dawkins), i suoi raduni (Global Atheist Convention), la sua chiesa (Atheist Alliance International), il suo scaffale in libreria, il suo ‘(dis)e-vangelo’: “la cattiva notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno” – si voleva far scrivere sui bus genovesi qualche tempo fa…

Nel secondo caso, non da meno, ci si destinerebbe a rinchiudere il Dio invisibile (Es 33,20; Dt 4,12; 1Gv 4,12.20) e ignoto (At 17,22-23) in una definizione immatura, parziale e semplificata. “In cosa crede chi crede?”, si domanderebbe Ferraris, vedendo il comico Jim Carrey nel film ‘Una settimana da Dio’ o rileggendo i titoli che alcuni quotidiani dedicarono alla creazione da parte di Benedetto XVI del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione: “Il Papa lancia la riconquista dell’Europa” (Libero), “La battaglia decisiva del ‘generale’ Fisichella” (Liberal), “Il nuovo nemico è l’ateismo” (Il Tempo)…

In relazione a ciò, accade spesso che l’ateo si attacchi, abbia quasi bisogno di ‘credere’, a questa immagine idolatrica caricaturale prodotta dai bisogni (materiali e/o psichici) o dai modelli razionali (platonico-agostiniano, aristotelico-tomista, etc.) del credente. Qui l’ateismo è ancora reazione speculare a quanto asserito dal credente stesso (C.A.Viano): “atei di quale Dio?” si domandava giustamente qualche anno addietro la rivista Concilium. Ed un concetto di Dio, si noti, è presente negli atei anche quando sembra che risolvano il problema negando l’esistenza di Dio. In una recente lettera del sig. Savini a Corrado Augias (La Repubblica, 5.6.2012), entrambi, di fronte al problema del Male naturale, più che negare l’esistenza di Dio, ne criticano l’immagine di Padre Buono, Giusto e ‘Designer’ intelligente (soprattutto quando ‘permetterebbe’ – come ha sostenuto lo storico ultracattolico De Mattei – anche le calamità naturali), finendo così, d’altra parte, per delinearne un’immagine diversa: una sorta di Deus otiosus noncurante, indifferente o impotente verso le sciagure umane.

In questo reciproco ‘arroccarsi’, dunque, l’ateo e il credente, accentuando le altrui negatività e ignorando le proprie (E.Bianchi), non potranno che fronteggiarsi in una contrapposizione (fatta di botte e risposte, attacchi e difese, sarcasmi e anatemi) appariscente ma sterile poiché simile a quella che caratterizza i lottatori di wrestling (A.Melloni), laddove ciascuno è simmetrico e funzionale all’altro per il mantenimento della propria posizione: “il laicismo più intollerante e anticlericale, che s’illude di azzerare ogni forma di etica pubblica, predicando la desertificazione dei simboli religiosi, diventa l’antitesi simmetrica di un clericalismo di ritorno, che vorrebbe usare quei simboli per corazzare un senso anemico di appartenenza, anche a costo di predicare una religione senza fede” (L.Alici).

Il paradosso di questo dualismo è che sia il credente che l’ateo si destinano a vivere esattamente ciò di cui accusano l’altro. Il primo, quindi, risulterebbe di fatto ‘a-teo’ a causa della sua pretesa di ‘de-finire’ il Dio Infinito: “è il credente a divenire una specie di ateo, quando ad esempio trasforma la sua fede in una sorta di ideologia, senza vivere l’inquietudine sofferta, appassionata di una ricerca, di una vera e propria lotta con Dio” (B.Forte, Avvenire, 30.11.2011). Il secondo, egualmente, risulterebbe di fatto ‘credente’: o nell’ateismo stesso, o nell’immagine di dio veicolata dal credente idolatra.

Ciò, lo capisce anche un bambino, dovrebbe far ragionare entrambi un po’ di più, ma “i grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta” (Il Piccolo principe).

sergio.ventura@cortiledeigentili.com, Maria Grazia Giordano

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